martedì 27 agosto 2019

I sentieri delle ninfe di Fabrizio Coscia


Fabrizio Coscia, I sentieri delle ninfe. Nei dintorni del discorso amoroso, Exòrma, Roma, 2019, pp. 191, 14,90 €.

1. Il libro di Fabrizio Coscia sulle ninfe (o su Νύμφα, Nympha) principia con un suggerimento garbato, un suggerimento preceduto da un avverbio dubitativo: «Forse – scrive – per scongiurare questo pericolo, dovremmo semplicemente ritornare a guardare i quadri» (p. 9). Il pericolo è quello della inflazione (orgia) delle immagini che Paul Virilio ha chiamato la «grande ottica» o anche «ottica attiva» (La velocità di liberazione, Strategia della lumaca edizioni, Roma, 1997 p. 51): ciò che giunge, ovviamente, allo spazio della realtà virtuale, alla telepresenza, ma pure al restringimento dell’esperienza sensibile del mondo: «ciò che volgarmente chiamiamo l’altra estremità del binocolo!» (Op. cit., p. 58). Allora – domanda prevedibile – è possibile tornare a guardare i quadri e tornare a guardarli con «lo sguardo dell’artista» (p. 10), e cioè di colui che ha visto ciò che ha rappresentato? (D’altra parte, tra parentesi, «nell’opera è come soggetto, come sguardo, che l’artista intende imporsi a noi» ‹Jacques Lacan, Seminario XI, Einaudi, Torino, 1979 e 2003, p. 99›). In altre parole: è possibile tornare a guardare con la «piccola ottica» che «rende conto dell’immediata prossimità dell’uomo» (Virilio, Op. cit., p. 51)? Posizione un tantino ‘catastrofista’ quella di Virilio ma che ha il pregio dei metodi ‘revulsivi’…

2. Forse – e stavolta l’avverbio dubitativo lo utilizzo io; e butto lì questa mia affermazione quasi come una ‘provocazione’, una pro-vocazione, una chiamata –, forse per questo Coscia sceglie Nympha: Nympha che è, insieme, immagine (imago) e fantasma (φ́ντσμ, visione, fantasia…), prossimità e distanza, être de fuite, per impiegare il dizionario amoroso di Proust (che Coscia utilizza), desiderio. Ora, ciò che qui non deve sfuggirci è che nella ricerca (caccia, pedinamento) di Nympha, sui suoi sentieri, l’uomo, e cioè il ricercatore, a) non conosce (abbastanza o per nulla) l’oggetto del suo desiderio che, difatti, con le parole di Didi-Huberman (La conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2011, p. 10), parole ‘rubate’ a Leiris, gli appare quasi come cosa in sé; b) e questa volta di nuovo con Lacan, «contrariamente all’animale», egli, il ricercatore, l’uomo, «il soggetto del desiderio che è l’essenza dell’uomo non è […] interamente preso da questa cattura immaginaria» poiché nella sua ricerca (caccia, pedinamento, contesa…) «si orienta»; e lo fa «nella misura in cui isola la funzione dello schermo e ci gioca». Infatti, «l’uomo sa usare la maschera come ciò al di là della quale c’è lo sguardo. Lo schermo qui è il luogo della mediazione» (Lacan, Op. cit., p. 106; si veda anche il commento di Carlo Sini in Le arti dinamiche. Filosofia e pedagogia, Jaca Book, Milano, 2004, p. 39 sgg.). Teniamo ferme queste considerazioni: ci torneranno utili.

3. Si è detto che il cercatore (l’innamorato) non conosce l’oggetto della sua ricerca (desiderio). La sua ricerca – e anche il nostro libretto – principia con alcune domande: «Chi è? Da dove viene? Dove l’ho incontrata prima?» (p. 10); domande che, lo scopriamo dopo (p. 91), sono di André Jolles – le domande che Jolles rivolge ad Aby Warburg in una lettera piena di fervore e che però costituisce un jeux d’esprit, come lo chiamò Edgar Wind (e come ci ricorda Roberto Calasso nel suo La follia che viene dalle ninfe, Adelphi, Milano, 2005, p. 39). Pur tuttavia si tratta anche di quella simulation du discours amoureux di cui scrive Barthes all’inizio del suo libro e che prevede le «choix d’une méthode ‘dramatique’» (Fragments d’un discours amoureux, Seuil, Paris, 1977, p. 8). Qualcosa che appartiene al gioco dello schermo (mediazione). Quelle domande ‘patetiche’, dunque, fomentano la ricerca (caccia, sentiero, percorso, dis-cursus, «originellement l’action de courir çà et là» ricorda Barthes ‹ibid.›) di Fabrizio Coscia. I sentieri delle ninfe si dipartono da quel punto come i raggi di una ruota dal loro mozzo. Ogni sentiero è il conte o l’avventura, la formazione, il desiderio e il sapere (del nome, direbbe Carlo Sini) di (una) Nympha: la servetta del Ghirlandaio, Dora Markus, Marthe de Méligny (la modella di Bonnard), Albertine (Proust), Laura (Petrarca), Madeleine (Hitchcock), Euridice, Elena, Angelica (Ariosto). Infine, ma non ultima, L., la ninfa-musa dell’autore – cercatore fra gli altri, amoureux fra gli altri, giocatore masqué fra gli altri, e diligentemente assorto nella stesura di un libro: autoritratto di uno che riprende fiato. E sono sentieri, quelli delle ninfe, idealmente percorsi tutti simultaneamente e che solo la forma-libro, che non è quella del quadro e dello sguardo imposto d’emblée, restituisce via via. A ogni svolta o tappa o anche suspense, l’autore traccia un cerchio puntando il compasso in quel luogo iniziale, là dove sono sorte le domande ed è cominciato l’inseguimento; e il cerchio interseca tutti i raggi-sentieri. Dove si trova ora Lolita? E Dora Markus? E perché Marthe de Méligny, ora Maria Boursin, giacché Bonnard ne scopre il vero nome, perché non invecchia mai? Dov’è sparito Alfred Agostinelli (uno dei ‘conî’ di Albertine)? Un altro cerchio: come accade che le ninfe diventino dispensatrici di morte o di dolore come Sada Abe o Salomé o Lilith o la dama di Ketas o la Medusa (non più βιόδωϱοι, apportatrici di vita)? E ancora, come accade che muoiano o si eclissino o divengano altro o falliscano (Calipso)? Infine, che ne è della ninfolessia di Humbert Humbert? Che ne è del νύμφόληπτος (nymphólēptos) catturato dalle ninfe (s)fuggito al loro potere?

4. Barthes (Op. cit., p. 31) scriveva: «L’appagamento vuol dire abolizione dei retaggi […] L’innamorato appagato non ha alcun bisogno di scrivere, di trasmettere, di riprodurre»; Calasso (Op. cit., p. 24) ci ricorda che nell’Etica a Eudemo il νύμφόληπτος appare là dove si tratta della εδαιμονα (felicità) e più avanti (p. 29) della felicità nella (della) μανία ερωτική, della jouissance. Bonnard dipinge L’Homme et la Femme dopo l’amore, ci dice Coscia (p. 88 sgg.). Qui è là (p. 37, p. 94, p. 110, p. 171, p. 177), nel discorso di Coscia, che sta, secondo il sottotitolo, nei pressi di quello amoroso, compare la parola sublimazione – o vi si allude. Ovviamente si tratta della sublimazione dell’arte, nell’arte. E così l’arte testimonia, salva, consola, educa... Purché se ne sappia qualcosa: «Bisogna reimparare a guardare» (p. 163); bisogna «imparare di nuovo a vedere attraverso lo sguardo dell’artista» (pp. 9-10). Punto delicato che, di là dell’estetica, pone il problema di un riconoscimento dell’eredità e dei limiti di ciò che chiamiamo arte. Ma io tornerei al déguisement, alla maschera, allo schermo, (e cioè) al luogo della mediazione, perché è già lì che sorge, assieme all’uomo, autentica antropogenesi, il gioco, la schermaglia amorosa, l’artificio, l’arte. (E le preoccupazioni e di divieti, quella «metamorfosi vietata» di cui parlava Elias Canetti in ‹Massa e potere, Milano, Adelphi, 1981, p. 459 sgg.›). Scriveva Leiris nell’articolo menzionato di sfuggita da Didi-Huberman (in Zébrage, Gallimard, Paris, 1992, p. 38): «Il semble bien que l’homme, à peine a-t-il pris conscience de sa peau, n’ait rien de plus pressé que d’en changer, se précipitant tête baisée dans une excitante métamorphose». Ecco, non coscienza della propria pelle o della propria immagine, involucro esteriore, sembianza, giacché sappiamo tutti che il mimetismo è anche degli animali, ma sapere della propria immagine: e cioè parola, nome. Quest’ultimo punto vorrebbe dare risposta a una questione (annosa?) che Coscia solleva a p. 94: se la luce (o l’immagine) salva dalle tenebre, e cioè dall’oblio, è perché la luce e ciò che la luce illumina sono stati infine nominati.

5. Dal notturno al diurno, dal volto caché (si pensi alla maschera di cuoio fatta confezionare da Seabrook a New York che tanto colpì Leiris) al volto nudo, mobile, dalla parola esoterica a quella essoterica (didattica), dalla copula orgiastica a quella frasetta («… he loved a lord») pronunciata da John Eglinton su cui René Girard ha scritto qualcosa di molto interessante (definendo la figura del mediatore, del ruffiano), dalla μανία (manía), che verrebbe dal dio, a σωφροσύνη (sophrosyne), che nasce dagli uomini, ecco un sapere che si fa, che si pratica. Ma ciò significa che il ritorno o la reviviscenza dell’antico (il Nachleben della ossimorica Pathosformel) è, se esercizio superstizioso, che vuole salvare i contenuti, solo un’allucinazione. Nympha giunge sino a noi, uomini del XXI secolo, uomini della grande ottica o dell’ottica attiva, telepresenti e ultraconnessi, come può e come sa giungervi. E già la transiconografica dell’atlante warburghiano (Mnemosyne), montaggio di elementi eterogenei, eterocronici, immemoriali – lo pongo come un interrogativo – non precorre una pratica dello sguardo che è già quasi la nostra?

lunedì 26 agosto 2019

Vi ricordate, Signore...


Ecco l'incipit della celeberrima e famigerata Lettera sulla musica francese di Rousseau.

Vi ricordate, Signore, della storia di quel bambino della Slesia, di cui parla il signor de Fontenelle, che nacque con un dente d’oro? Tutti gli scienziati della Germania si logorarono inizialmente in discorsi eruditi per capire come si potesse nascere con un dente d’oro. L’ultima cosa che venne loro in mente fu quella di verificare il fatto – e si scoprì così che il dente non era d’oro. Per evitare un simile inconveniente, prima di parlare dell’eccellenza della nostra musica sarebbe forse opportuno assicurarsi della sua esistenza, ed esaminare innanzitutto non se essa sia d’oro ma se ne abbiamo una...





venerdì 23 agosto 2019

Alla ricerca dell’uomo?

Dove l’ho trovato, sul Amazon.com.br, me lo hanno dato come não disponível e a leggere la quarta non me ne affliggo punto. Recita: «L’uomo, alla cui ricerca si dichiara questo libro, si trova con l’antropologia culturale nelle testimonianze degli uomini, da quelle etnografiche, accumulatesi nel corso dei viaggi, a quelle storiche. Raramente simili testimonianze, d’altri luoghi come d’altri tempi, sono penetrate fin nel cuore dei discorsi sulla scienza, tenuta distinta dalla cultura». Che significa penetrare nei cuori della scienza tenuta distinta dalla cultura? Che la scienza ha il cuore duro? E poi: quale scienza separata dalla cultura? Infine che significa che l’uomo si trova nelle testimonianze degli uomini? Ma proseguiamo: «Ciò ha portato al vicolo cieco del cosiddetto multiculturalismo che, sotto l’apparenza dell’accettazione di tutte le culture, in effetti nega a ognuna qualunque valenza cognitiva. La stessa antropologia culturale nella sua storia ha contribuito a questi equivoci. Quando invece il confronto delle testimonianze muove dalla consapevolezza che scienza e cultura non nominano che diversi aspetti della stessa cosa, e cioè il sapere umano in tutte le sue manifestazioni, allora lo studio dell’antropologia culturale diventa l’indicazione di una via d’uscita dal vicolo cieco». Qui ci capiamo qualcosa di più: non è la scienza a separarsi dalla cultura ma la cultura a separarsi dalla scienza e a diventare multiculturalismo – multiculturalismo che accetta e nega, che accetta e poi, soprattutto, nega a ogni cultura «qualunque valenza cognitiva». D’altra parte è (sarebbe) la scienza, quella roba lì insomma che leggiamo forse in God’s Perfect Child di Caroline Fraser o in Mark Twain, che ci ha scritto sopra un libro beffardo intitolato guarda caso Christian Science, o forse più probabilmente nel catechismo della Chiesa cattolica… è (sarebbe) la scienza finalmente distinta dalla cultura a verificare (ma in che modo?) la valenza cognitiva delle culture, ad autorizzarle. Giorgio Salzano, l’autore di Alla ricerca dell’uomo. Corso di antropologia culturale, è, per quello che vale, un rosminiano; Giorgio Salzano ha sposato una rosminiana; Giorgio Salzano è convinto che la cultura e il multiculturalismo e il Gender e la democrazia ci vogliano tutti quanti gays.

Dice Platone nel Simposio (180d): «Il perverso è l’amante volgare […] che ama il corpo piuttosto che l’anima». Voi dove vi collocate?

La boulesis, per i nostri amici greci, è la volontà spontanea, quella non deliberata. Per Platone non obbedisce alla ragione; per Aristotele (Etica Nicomachea) concerne solo i fini da raggiungere e non i mezzi, come avviene invece nella proairesis che è appunto la volontà che delibera sui mezzi. 
(immaginando un vassoio di meringhe).

Dice Aristotele (Etica Nicomachea) che chi si astiene dai piaceri del corpo ma controvoglia è intemperante.
(immaginando un vassoio di meringhe)

Quello che si fa per ignoranza, scrive Aristotele nell’Etica Nicomachea, è interamente non volontario ma solo se provoca dispiacere. Se manca il dispiacere, prosegue Aristotele, non c’è involontarietà, mancando appunto il dispiacere, ma nemmeno volontà, giacché tizio non sapeva quello che faceva. E però, siamo due righe più avanti, tra agire per ignoranza e agire ignorando, passa una bella differenza: da ciucco o da rabbioso agisco non per ignoranza bensì ignorando. Per questa via, riassumo sempre, anzi ‘parafraso’, si giunge alla malvagità – all’uomo malvagio tout court.
(in navigazione sulla moto d’acqua)

Così Valerie Solanas: «Sebbene sia schiavo della propria fisicità, il maschio [umano o umanoide] è inadatto persino a fare lo stallone».



sabato 3 agosto 2019

Esiste Ascoli Piceno?


Esiste Ascoli Piceno? Domanda bizzarra. A porsela, in uno scribillo, Giorgio Manganelli. Va da sé che il medesimo scribillo è una burla, uno scherzo. Corredato da dieci cartoline (illustrazioni) di Tullio Pericoli e da una postfazione, intitolata Supposizioni, del medesimo, il branetto non raggiunge le sei pagine. Pur tuttavia bene ha fatto Adelphi a ripubblicarlo nella sua «Biblioteca minima». Intanto perché è un piccolo gioiello di arguzia, di umorismo. E poi perché in quelle quasi sei paginette Manganelli sviluppa un ‘argomento’ o, per meglio dire (ciò che parrebbe contraddetto dalle virgolette), un ‘esercizio’.
La pigrizia di Manganelli! Scriveva in un vecchio risvolto di copertina: «Si può chiedere perché il viaggio abbia tanto fascino per una persona di vocazione sedentaria; il lettore accanito e solitario non si illude di espatriare dalla propria biblioteca, il giorno in cui si imbarca per l’Asia; egli è sempre, sostanzialmente, un ricercatore di segni, di parole implicite, di ‘modi di dire, di in-folio e di brochures» (in Cina e altri orienti, Adelphi, Milano, 2013). Scrittore sedentario, come si dice e come si ripete, necessitava dei libri e cioè, credo, dell’esercizio ‘enciclopedico’, per poter scrivere dei mondi allotri (outlandish) in cui piombava con certo impaccio.
Nel nostro scribillo l’esercizio ha del funambolico. È quel salto al di là di Rodi (non dovrei scrivere Ascoli Piceno?) che Hegel temeva perché in luogo della conciliazione del figlio del tempo col suo tempo (o realtà o ragione, Vernunft) mette capo a quel mondo così come dovrebbe essere ma solo nell’opinione di chi, quel salto, lo compie – al mondo malleabile, plasmabile a piacere e senza troppa ‘fatica’. De La vocazione del superstite di Mazzonis, il medesimo Manganelli diceva: «Gentiluomo d’ordine e classificaEsiste Ascoli Piceno?torio, costui vagheggia un ordine sensato delle cose, che allude alla Follia e all’Utopia». Nell’articoletto l’utopia (il mondo come dovrebbe essere) raggiunta col folle salto è, alla lettera, un non-luogo (ο τπος) e la consequence, basilarmente logica e astratta, di una devastazione (nonché un buon esempio di grottesco): «Non desidero città di mura, strade, abitanti, nome e religione certi. Una città distrutta da barbari due secoli prima di essere fondata, tutti gli abitanti uccisi dalla peste, due secoli prima che nascessero; preziosi monumenti di un’arte mirabile ridotti in polvere». Dunque (un altro passaggio): «Una città visitata continuamente dai messaggeri del nulla, angeli che hanno dimenticato il nome del Dio che li inviava» ecc. ecc. Ecco, conclude Manganelli, per una non-rivista di una non-città potrei anche scrivere «due o tre cartelle, senza destinatario». Ed ecco l’esercizio cui accennavo sopra.
Hegel, in quella introduzione ai Grundlinien der Philosophie des Rechts, aveva ammesso, di là dall’auspicata calda pace (Friede) con la realtà, la meno auspicabile fredda disperazione (Verzweiflung); l’approssimazione del salto, dello slancio, gli pareva, con linguaggio uggiosamente ‘apocalittico’, tiepida. Ah la beffarda tepidezza dell’inconciliabile anima dell’umorista!

Giorgio Manganelli, Esiste Ascoli Piceno, Adelphi, Milano, 2019, pp. 43, 7,00 €.

Giudizio: 5/5

giovedì 1 agosto 2019

Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia


Dimenticate il politicamente scorretto. O dateci un taglio.  Questo romanzo, dichiara il nostro autore nella nota in fondo al testo, non vuole denigrare nessuno. Il titolo, che definire conradiano sarebbe de trop, avrebbe potuto essere un altro. Per esempio Il lungo addio o Illusioni perdute. [1] D’altra parte, nessun Mister Kurtz; e l’orrore è (quasi) solo evocato; e Hitler e Himmler vi figurano come due drammaturghi efferati. La sempre deprecabile dissoluzione della famiglia, incortinato lieu du cœur (de chair au de pierre), non spalanca abissi: Edipo, nemmeno nominato, è un petit chien d’appartement, mamma Giocasta si trasferisce in Vietnam e papà, papà che somiglia a Samuel Beckett, un papà pseudo-filo-nazista ma così amorevole, a Berlino. — In una recente intervista, che trovate su «Pangea news», [2] Giuseppe Culicchia ha ricordato di aver tradotto American Psycho per Einaudi. Una bella impresa. Patrick Bateman (che del romanzo Bret Easton Ellis è il protagonista), ha aggiunto Culicchia, «aveva […] tutto quello che ci vuole per essere considerati politicamente scorretti e infatti Ellis ricevette diverse minacce di morte». Culicchia ha spiegato che vorrebbe fare come Ellis: «A me piace fare come lui e mettermi dal punto di vista dei miei personaggi; direi, addirittura, che non potrei fare altrimenti». Di una influenza eastonellisiana, Culicchia aveva già parlato nello spassoso E così vorresti fare lo scrittore; e, a dire il vero, l’aveva messa in dubbio. D’altra parte ammetteva che «da quando ho tradotto BEE continuo a sentirmi dire o a leggere in Rete roba tipo ‘questo romanzo segue il solito copione eastonellisiano’ […] oppure ‘una specie di American Psycho torinese’». [3] Ma se i commentatori spesso, diciamo così, insolenti s’ingannano indovinando un’influenza, bisogna subito aggiungere che, con Ellis, un’infatuazione per i personaggi neri o disperati, disgraziati, bêtes, Culicchia la condivide. Una precisazione potrebbe essere questa: «Per concludere, aggiungo solo che da vent’anni a questa parte sto cercando di scrivere una sorta di ritratto antropologico del nostro paese». [4] Non va assolutamente trascurata: se il politicamente scorretto è posa istrionica (da paraculo), qui, nel caso di Culicchia, si tratta (si tratterebbe) di uno sguardo antropologico. Con tutto ciò che ne consegue. Per esempio quello che Crapanzano, in suo vecchio libro, chiamava lo scotoma o punto cieco dell’antropologo. Il rischio, e Culicchia dovrebbe saperlo bene, è quello di cadere nel luogo comune. Qualche esempio. «Del resto noi italiani non siamo seri. Non siamo un popolo serio. E non sto parlando degli ultimi presidenti del consiglio. È una questione antropologica. Lo scriveva già Leopardi. È una cosa comprovata dalla Storia. Per dire: i tedeschi nell’ultima guerra hanno tenuto duro sotto le bombe […] A noi è bastata un bombardamento su Roma». [5] Ancora: «Premesso che da un punto di vista antropologico la mancanza di ‘senso della coda’ non fa parte solo ed esclusivamente delle caratteristiche dei torinesi, ma di quelle degli abitanti della penisola […]»; «L’improvvisazione d’altronde non è solo un segno dei tempi, ma è anche una di quelle cose che contraddistinguono da un punto di vista antropologico gli italiani». [6] — Oramai dovrebbe essere chiaro che Culicchia appartiene alla schiera dei Kulturpessimisten: e cioè alla schiera di quelli «qui disent: comme c’est humain, chaque fois qu’on leur montre un acte plus ou moins répugnant. [7] Ecco perché per Culicchia – facciamola breve – mettersi dal punto di vista dei personaggi significa anche esercitare l’estro ilare del grottesco. Ne Il cuore e la tenebra, salvo l’io narrante – intelligenza centrale che parla (anche) per l’autore – i personaggi sono tutti stravaganti, di funesta grulleria. A partire dal narratario esplicito: il padre defunto cui il narratore palese rivolge un lungo discorso che è nel medesimo tempo diario del lutto improvviso, nitida memoria nostalgica, congedo definitivo. Questo padre direttore d’orchestra che ottiene la direzione dei Berliner e che s’incapriccia dell’esecuzione furtwangleriana della Nona di Beethoven – dell’esecuzione del 19 aprile 1942 che celebra il compleanno di Hitler (e di cui esiste anche un frammento filmato abbastanza inquietante ma solo per la presenza di certi figuri) –, e che vorrebbe rifarla del pari; questo padre che legge tutto sul nazismo e sul Führer (ma che c’entra Sein und Zeit?!); questo padre che fallisce nella vita pubblica e privata (perché divorzia); questo padre che fa il giudice a X Factor, che schiaffeggia Allevi… questo padre – il personaggio di questo padre intendo – naufraga nel Grottesco, nel Kitsch. Cui concorrono, bisogna subito aggiungere, i frammenti dei suoi diari che farciscono la testimonianza del protagonista, e cioè del figliolo, con considerazioni estetico-musicali naïf, di ingenua fantasticaggine (a p. 54 le cretinerie che nemmeno il più terchio dei musici enuncerebbe), una cognizione dell’arte che fa pensare a uno sdilinquimento mistico, con aberrazioni speciali nello spirito del Novecento («Comunque io credo di aver compreso infine come il più grande interprete di Wagner sia stato Hitler, che allo stesso tempo è stato anche l’impresario di Furtwängler» ‹p. 103›), con le foto della Berlino bombardata e dei gerarchi, quasi tutti sorridenti, quasi tutti amorevoli padri di famiglia, e, ovviamente, di Furtwangler; con le tigne e le lagne, l’Angst, e il protervo parallelismo fra la propria personale vicenda e quella di Adolf Hitler, «la più grande star dello spettacolo» secondo Hans-Jürgen Syberberg, ma anche l’uomo che non retrocede davanti alla sconfitta (p. 79: «È come se continuando a leggere ciò che hai scritto mi inoltrassi nel tuo cuore di tenebra»); infine con l’accorata e incresciosa e vessatoria testimonianza dell’amore paterno: «Ti voglio un bene infinito», passim). Gli altri personaggi, non meno angosciastici, non meno babbei, possiedono un peso specifico inferiore. C’è la madre polimaste e inabile che tenta di rifarsi una vita in Vietnam sposando un banchiere svizzero; c’è un fratello che bamboleggia passati i trent’anni. E poi, ancora, un Siegfried, acclarato neonazista, che in un lutulento compte rendu, sciorina notizie disperative di terza mano (dal piano Kalergi alla ‘bugia’ delle camere a gas, senza obliare la svagata profezia di 1984 di Orwell). Un facile assemblage di vernice che riciclando i miti d’oggi (réclame, brand, griffes, marchi di fabbrica, come in Ellis, ma Culicchia avrebbe un’obiezione, [8] come in Houellebecq, stereotipi moti del cuore, perplessità sul divorzio, fake news, un Occidente, va da sé, destinato al tramonto, all’estinzione ‹p. 37›) finisce per restituirci più l’ovvio dei luoghi comuni che l’auspicata antropologia della cui debolezza s’è già detto. E con lo scetticismo (pessimismo) ecco la satira; che è pur sempre satira di costume, delle idées reçues. E questa è la ragione per la quale il romanzo ‘di denuncia’, ciò che Il cuore e la tenebra vorrebbe solo essere per un buon dieci o venti per cento, si confonde con i settimanali d’attualità. [9] — Registro medio, talora colloquiale. Nuoce al romanzo certa ‘balistica’. Un esempio fra i molti, e bisognerebbe produrne molti, p. 182: «Un pomeriggio, ero a Parigi in tournée con l’orchestra […], tu stavi giocando […] ed eri caduto dall’altalena, rompendoti il mento»; p. 188: «Ti ricordi quando ai giardini mi sono rotto il mento?». Comunque da leggere.
 
Note
[3] Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore, Laterza, Bari, 2015, p. 113.
[4] Ivi, p. 114.
[5] Giuseppe Culicchia, My Little China Girl, EDT, Torino, 2015, p. 17. Ritrovate la ‘riflessione’ nel nostro romanzo, nel romanzo di cui parlerò fra un istante a p. 80.
[6] Giuseppe Culicchia, Torino è casa mia, Laterza, Bari, 2005.
[7] La frase, lo sapete, è di Sartre; il quale la pronunciò in quella sua conferenza intitolata L’existentialisme est un humanisme. Per Sartre i luoghi comuni mantengono lo status quo: «On connaît les lieux communs qu’on peut utiliser à ce sujet et qui montrent toujours la même chose: il ne faut pas lutter contre la force, il ne faut pas entreprendre au-dessus de sa condition». Il discorso ci porterebbe lontano.
[8] Solo nelle prime pagine: MasterChef, X Factor, Deutsche Grammophon, Vans, Nintendo, Facebook, WhatsApp, Google, BlackBerry. Jean-Marc Proust ha compilato un lungo elenco delle marche e dei prodotti menzionati da Houellebecq in Sérotonine (consultabile al seguente URL: https://www.slate.fr/story/171894/serotonine-michel-houellebecq-roman-maladroit-vrai-decevant?amp). L’obiezione: «Be’, se è per questo comparivano già in Tutti giù per terra e in Paso doble, e non avevo ancora tradotto Ellis» (E così vorresti fare lo scrittore, cit., p. 113). Un’ultima noterella: Houellebecq è stato paragonato a Ellis; inoltre i due si conoscono e si stimano.
[9] Trovate la pointe in Arbasi
no.