giovedì 1 agosto 2019

Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia


Dimenticate il politicamente scorretto. O dateci un taglio.  Questo romanzo, dichiara il nostro autore nella nota in fondo al testo, non vuole denigrare nessuno. Il titolo, che definire conradiano sarebbe de trop, avrebbe potuto essere un altro. Per esempio Il lungo addio o Illusioni perdute. [1] D’altra parte, nessun Mister Kurtz; e l’orrore è (quasi) solo evocato; e Hitler e Himmler vi figurano come due drammaturghi efferati. La sempre deprecabile dissoluzione della famiglia, incortinato lieu du cœur (de chair au de pierre), non spalanca abissi: Edipo, nemmeno nominato, è un petit chien d’appartement, mamma Giocasta si trasferisce in Vietnam e papà, papà che somiglia a Samuel Beckett, un papà pseudo-filo-nazista ma così amorevole, a Berlino. — In una recente intervista, che trovate su «Pangea news», [2] Giuseppe Culicchia ha ricordato di aver tradotto American Psycho per Einaudi. Una bella impresa. Patrick Bateman (che del romanzo Bret Easton Ellis è il protagonista), ha aggiunto Culicchia, «aveva […] tutto quello che ci vuole per essere considerati politicamente scorretti e infatti Ellis ricevette diverse minacce di morte». Culicchia ha spiegato che vorrebbe fare come Ellis: «A me piace fare come lui e mettermi dal punto di vista dei miei personaggi; direi, addirittura, che non potrei fare altrimenti». Di una influenza eastonellisiana, Culicchia aveva già parlato nello spassoso E così vorresti fare lo scrittore; e, a dire il vero, l’aveva messa in dubbio. D’altra parte ammetteva che «da quando ho tradotto BEE continuo a sentirmi dire o a leggere in Rete roba tipo ‘questo romanzo segue il solito copione eastonellisiano’ […] oppure ‘una specie di American Psycho torinese’». [3] Ma se i commentatori spesso, diciamo così, insolenti s’ingannano indovinando un’influenza, bisogna subito aggiungere che, con Ellis, un’infatuazione per i personaggi neri o disperati, disgraziati, bêtes, Culicchia la condivide. Una precisazione potrebbe essere questa: «Per concludere, aggiungo solo che da vent’anni a questa parte sto cercando di scrivere una sorta di ritratto antropologico del nostro paese». [4] Non va assolutamente trascurata: se il politicamente scorretto è posa istrionica (da paraculo), qui, nel caso di Culicchia, si tratta (si tratterebbe) di uno sguardo antropologico. Con tutto ciò che ne consegue. Per esempio quello che Crapanzano, in suo vecchio libro, chiamava lo scotoma o punto cieco dell’antropologo. Il rischio, e Culicchia dovrebbe saperlo bene, è quello di cadere nel luogo comune. Qualche esempio. «Del resto noi italiani non siamo seri. Non siamo un popolo serio. E non sto parlando degli ultimi presidenti del consiglio. È una questione antropologica. Lo scriveva già Leopardi. È una cosa comprovata dalla Storia. Per dire: i tedeschi nell’ultima guerra hanno tenuto duro sotto le bombe […] A noi è bastata un bombardamento su Roma». [5] Ancora: «Premesso che da un punto di vista antropologico la mancanza di ‘senso della coda’ non fa parte solo ed esclusivamente delle caratteristiche dei torinesi, ma di quelle degli abitanti della penisola […]»; «L’improvvisazione d’altronde non è solo un segno dei tempi, ma è anche una di quelle cose che contraddistinguono da un punto di vista antropologico gli italiani». [6] — Oramai dovrebbe essere chiaro che Culicchia appartiene alla schiera dei Kulturpessimisten: e cioè alla schiera di quelli «qui disent: comme c’est humain, chaque fois qu’on leur montre un acte plus ou moins répugnant. [7] Ecco perché per Culicchia – facciamola breve – mettersi dal punto di vista dei personaggi significa anche esercitare l’estro ilare del grottesco. Ne Il cuore e la tenebra, salvo l’io narrante – intelligenza centrale che parla (anche) per l’autore – i personaggi sono tutti stravaganti, di funesta grulleria. A partire dal narratario esplicito: il padre defunto cui il narratore palese rivolge un lungo discorso che è nel medesimo tempo diario del lutto improvviso, nitida memoria nostalgica, congedo definitivo. Questo padre direttore d’orchestra che ottiene la direzione dei Berliner e che s’incapriccia dell’esecuzione furtwangleriana della Nona di Beethoven – dell’esecuzione del 19 aprile 1942 che celebra il compleanno di Hitler (e di cui esiste anche un frammento filmato abbastanza inquietante ma solo per la presenza di certi figuri) –, e che vorrebbe rifarla del pari; questo padre che legge tutto sul nazismo e sul Führer (ma che c’entra Sein und Zeit?!); questo padre che fallisce nella vita pubblica e privata (perché divorzia); questo padre che fa il giudice a X Factor, che schiaffeggia Allevi… questo padre – il personaggio di questo padre intendo – naufraga nel Grottesco, nel Kitsch. Cui concorrono, bisogna subito aggiungere, i frammenti dei suoi diari che farciscono la testimonianza del protagonista, e cioè del figliolo, con considerazioni estetico-musicali naïf, di ingenua fantasticaggine (a p. 54 le cretinerie che nemmeno il più terchio dei musici enuncerebbe), una cognizione dell’arte che fa pensare a uno sdilinquimento mistico, con aberrazioni speciali nello spirito del Novecento («Comunque io credo di aver compreso infine come il più grande interprete di Wagner sia stato Hitler, che allo stesso tempo è stato anche l’impresario di Furtwängler» ‹p. 103›), con le foto della Berlino bombardata e dei gerarchi, quasi tutti sorridenti, quasi tutti amorevoli padri di famiglia, e, ovviamente, di Furtwangler; con le tigne e le lagne, l’Angst, e il protervo parallelismo fra la propria personale vicenda e quella di Adolf Hitler, «la più grande star dello spettacolo» secondo Hans-Jürgen Syberberg, ma anche l’uomo che non retrocede davanti alla sconfitta (p. 79: «È come se continuando a leggere ciò che hai scritto mi inoltrassi nel tuo cuore di tenebra»); infine con l’accorata e incresciosa e vessatoria testimonianza dell’amore paterno: «Ti voglio un bene infinito», passim). Gli altri personaggi, non meno angosciastici, non meno babbei, possiedono un peso specifico inferiore. C’è la madre polimaste e inabile che tenta di rifarsi una vita in Vietnam sposando un banchiere svizzero; c’è un fratello che bamboleggia passati i trent’anni. E poi, ancora, un Siegfried, acclarato neonazista, che in un lutulento compte rendu, sciorina notizie disperative di terza mano (dal piano Kalergi alla ‘bugia’ delle camere a gas, senza obliare la svagata profezia di 1984 di Orwell). Un facile assemblage di vernice che riciclando i miti d’oggi (réclame, brand, griffes, marchi di fabbrica, come in Ellis, ma Culicchia avrebbe un’obiezione, [8] come in Houellebecq, stereotipi moti del cuore, perplessità sul divorzio, fake news, un Occidente, va da sé, destinato al tramonto, all’estinzione ‹p. 37›) finisce per restituirci più l’ovvio dei luoghi comuni che l’auspicata antropologia della cui debolezza s’è già detto. E con lo scetticismo (pessimismo) ecco la satira; che è pur sempre satira di costume, delle idées reçues. E questa è la ragione per la quale il romanzo ‘di denuncia’, ciò che Il cuore e la tenebra vorrebbe solo essere per un buon dieci o venti per cento, si confonde con i settimanali d’attualità. [9] — Registro medio, talora colloquiale. Nuoce al romanzo certa ‘balistica’. Un esempio fra i molti, e bisognerebbe produrne molti, p. 182: «Un pomeriggio, ero a Parigi in tournée con l’orchestra […], tu stavi giocando […] ed eri caduto dall’altalena, rompendoti il mento»; p. 188: «Ti ricordi quando ai giardini mi sono rotto il mento?». Comunque da leggere.
 
Note
[3] Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore, Laterza, Bari, 2015, p. 113.
[4] Ivi, p. 114.
[5] Giuseppe Culicchia, My Little China Girl, EDT, Torino, 2015, p. 17. Ritrovate la ‘riflessione’ nel nostro romanzo, nel romanzo di cui parlerò fra un istante a p. 80.
[6] Giuseppe Culicchia, Torino è casa mia, Laterza, Bari, 2005.
[7] La frase, lo sapete, è di Sartre; il quale la pronunciò in quella sua conferenza intitolata L’existentialisme est un humanisme. Per Sartre i luoghi comuni mantengono lo status quo: «On connaît les lieux communs qu’on peut utiliser à ce sujet et qui montrent toujours la même chose: il ne faut pas lutter contre la force, il ne faut pas entreprendre au-dessus de sa condition». Il discorso ci porterebbe lontano.
[8] Solo nelle prime pagine: MasterChef, X Factor, Deutsche Grammophon, Vans, Nintendo, Facebook, WhatsApp, Google, BlackBerry. Jean-Marc Proust ha compilato un lungo elenco delle marche e dei prodotti menzionati da Houellebecq in Sérotonine (consultabile al seguente URL: https://www.slate.fr/story/171894/serotonine-michel-houellebecq-roman-maladroit-vrai-decevant?amp). L’obiezione: «Be’, se è per questo comparivano già in Tutti giù per terra e in Paso doble, e non avevo ancora tradotto Ellis» (E così vorresti fare lo scrittore, cit., p. 113). Un’ultima noterella: Houellebecq è stato paragonato a Ellis; inoltre i due si conoscono e si stimano.
[9] Trovate la pointe in Arbasi
no.


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