lunedì 30 settembre 2019

Simenon in barca


Tra il 27 giugno e il 12 settembre 1934 escono su «Marianne, grand hebdomadaire littéraire illustré» nove articoli firmati da Georges Simenon, trentunenne scrittore nient’affatto sconosciuto e già con un qualche migliaio di pagine pubblicate qui e là. I nove articoli compongono un reportage, anzi un grand reportage inédit il cui titolo, Mare nostrum, suona ancora ‘sincero’ – e tale suona per il semplice fatto che il mare, il Mediterraneo, ci bagna sempre i piedi (com’era già per Erodoto). Esô thálassa, mare interno, suonerebbe alla stessa maniera, perlomeno tradotto. Nessun titolo invece per gli articoli, salvo per un paio: L’amour à Malte del 1 agosto e Nuits de Tunis dell’8 agosto; ma un sottotitolo per la ‘serie’: La Méditerranée en goélette. Già, perché Simenon e consorte, con la cuoca e cinque uomini di equipaggio, s’imbarcano su una goletta, per essere precisi un brigantino-goletta battezzato Araldo ancora ammesso alla navigazione nel 1971, per fare il giro del Mediterraneo. Il grande reportage simenoniano, corredato di fotografie scattate dallo scrittore o dalla moglie e con l’aggiunta di un decimo articolo scritto dopo la lettura (e forse a causa della lettura), vedi p. 170, «dello stupendo reportage di André Maurois sugli Stati Uniti» (probabilmente, a naso, En Amerique, pubblicato nel 1933) – quell’André Maurois che, in ogni modo era stato anche a Malta giusto qualche tempo prima che il Nostro vi approdasse e che, a giudizio del Nostro, e non senza ironia, «scriverà senz’altro delle cose molto profonde su questo argomento che io, invece, affronto balbettando» (p. 109)… il grande reportage simeoniano, dicevo, troverà poi collocazione nelle Œuvres complètes (Lausanne, Editions Rencontre, 1967, tome 4) e In Mes apprentissages: reportages, 1931-1946 (Paris, Omnibus, 2001). Adelphi lo pubblica quest’anno nella Piccola Biblioteca, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Vanorio, nota di Matteo Codignola.
Spero di non aver annoiato (disorientato) troppo il mio lettore con questo magazzino di notizie sulle fonti biografiche – notizie che, a dire il vero e per il solito, assieme a quelle sulla qualità della carta e della traduzione (ottima), entusiasmano assai i lettori delicati… Simenon, va da sé, non delude nemmeno i lettori per cui leggere è come prendere un bagno. Tolto, o quasi, il cascame narrativo dai suoi fogli di taccuino, ecco, o quasi, l’effetto nudo e crudo. D’altra parte ci avverte: «Qualche anno fa, in Olanda, ho scritto un intero romanzo nella stiva [allagata] di una vecchia nave» (p. 45). Qui, nel Mediterraneo che il Nostro rinuncia a definire dopo aver cincischiato un po’ – «La méditerranée c’est… La méditerranée c’est…» (e lo si è detto: è il mare che ti bagna i piedi, un «bacino» o un «córso», o il quadro di Dufy) –, dopo essersi rimproverato un «filosofeggiare», a dire il vero un po’ all’acqua di rose, ecco le storie come le voleva Stevenson (p. 60). Ecco uomini e donne e ragazzi, nudi e seminudi, che mangiano, dormono, cantano, suonano mandolini e chitarre (siamo a Cavo) e, insomma, «vivono delle risorse della tribù, come ai tempi di Abramo!» (p. 79); ecco i pescatori, i nomadi del Mediterraneo (p. 85); ecco i bordelli un po’ ovunque; e Hammamet, la mecca della pederastia, dove individui venuti da lontano passeggiano nei loro giardini «come tanti Socrati» (p. 142); Malta colonizzata e snaturata dagli inglesi (così fuori luogo!); e poi l’usanza del bakchich e poi la morte di un uomo a Tunisi, nel quartiere delle donne arabe: «Finirò col credere che gli dèi hanno decretato la morte di un uomo solo per offrirmene lo spettacolo» (p. 132); e poi i venti che spingono la goletta del cronista ovunque mandando all’aria i «tanti bei progetti» e il magnifico itinerario «tracciato sulla carta marittima» (p. 167).
Bene, c’è dell’altro: quel filosofeggiare (vedi p. 60 e p. 86) che si oppone alle storie, il filosofo (infelice?) che si oppone a un Don Giovanni fils de Liège. Che io sappia il nome di Simenon non è mai stato accostato a quello di Rousseau; eppure qui, in questo Mediterraneo in barca, c’è un’idea – una visione antropologica – che proviene in qualche modo dal ginevrino (leggetevi, p. e., l’Essai sur l’origine des langues). È la ‘frattura’ tra ciò che appartiene al nord e ciò che appartiene al sud: al nord – Europa, Regno unito, Stati Uniti… –, il bisogno, l’industria del divertimento, l’economia e la politica, la crisi; al sud – che è il Mediterraneo («La cultura latina è il Mediterraneo. Al punto che si potrebbe dire che la cultura anglosassone è tutto il resto…» (pp. 59-60) –, al sud, la passione, il canto, la musica, l’eros, la nudità, l’abbondanza e la miseria, il sangue. Lassù, in Europa, in Germania, «le espressioni dei volti si inaspriscono, la gente reagisce, chi con virulenta disperazione, chi con una smania di piaceri illeciti, chi sprofondando nello sconforto» (p. 50). E c’è poi l’America, la «solida America» celebrata da Maurois, «un paese in marcia verso il progresso, fermamente convinto, cioè, di star facendo qualcosa di nuovo, e che una qualsiasi macchina possa accrescere il benessere degli uomini» (p. 170), un paese in espansione. Di contro un mediterraneo che va forse ‘restringendosi’, giacché «la Costa Azzurra è in vendita» (p. 47) e a Malta non si può più «fare l’amore» dacché i policemen prelevati dalle rive del Tamigi sono venuti a imporre «il pudore nel mediterraneo» (p. 113), e che però, bacino o córso, continua a essere percorso dagli italiani, dai greci, dai turchi, dai siriani «ogni giorno […] in cerca della Terra promessa» (p. 53). Perché qui, e «mi riferisco a tutto ciò che si affaccia su questo bacino azzurro chiamato Mediterraneo» (p. 58), nessuno parla di crisi, che è «un’invenzione moderna» (p. 56)». E un Mediterraneo che nondimeno si espande coi migranti che, ovunque si ritrovino, in America, in Germania, in Francia, provenendo da Genova, da Smirne, da Atene e oggi dal Nord Africa – è da imbecilli cercare di stabilire la grandezza delle razze che si affacciano sul Mediterraneo perché «è difficile dire, quando vediamo due scimmie, chi ha insegnato all’altra a fare delle smorfie» (p. 125) –, «ritrovano perfino l’odore dei loro vicoli, il nome di un cugino sull’insegna del calzolaio […] e il funerale con l’accompagnamento della banda» (p. 81).
Può suscitare certa ilarità il fatto che l’artista che si compra l’automobile e il villino, un ideale «borghesuccio e falso quanto quello dell’obbedire alla mamma e diventar commendatori» diceva Boine, affetti, come scriverà Augias in un infelicissimo articolo commemorativo nel settembre del 1989, «certo anarchismo […] di maniera»; ma nel ’34 Simenon aveva poi l’età che aveva e guidava una Chrysler Imperial. Item quasi mezzo secolo più tardi, nelle sue memorie, si sarebbe domandato se Jean-Jacques non avrebbe rinunciato volentieri alle sue passeggiate; item e concludendo se non avrebbe preferito un’automobile anche solo per sfuggire alle canzonature di un Voltaire.
 Georges Simenon, Il mediterraneo in barca, tr. it. di Giuseppe G. Greco e Maria L. Vanorio, Adelphi, Milano, 2019, pp. 189, ill., 16,00 €.
 Giudizio: 5/5


martedì 24 settembre 2019

Spigolature (quasi una rubrica)


Madame du Deffand ha scritto pagine assai note sulla noia (ennui). Così, en passant, mi viene da dire che non conosco noia. Posso attendere ore, seduto su una panchina, guardandomi attorno…

Fra i rimedi menzionati da Leopardi nel noto dialogo di Tasso col suo Genio, il sonno, l’oppio e il dolore. Il dolore sarebbe il più potente dei rimedi giacché l’uomo che patisce «non si annoia per niuna maniera».

In ogni modo c’è di peggio che suonare Bortkiewicz. Per esempio chiacchierare con quei tizi che sanno formulare in quattro modi differenti la medesima frase sul tempo meteorologico.

Suonare Bortkiewicz è un po’ come chiacchierare con quegli sconosciuti che sanno formulare in quattro modi diversi la medesima frase sul tempo meteorologico.

Nemmeno il Felison, in dose doppia, e una sorsata di Lexotan mi concedono oramai un riposo ristoratore. Mi viene in mente quel pellegrino che si adagia all’ombra di un frutice verdeggiante e che spera le delizie di un… di un riposo ristoratore ma incontra l’asfissia o la morte. Emulo di Giaele.

Per la salute, per l’igiene, la peristalsi, stamani, nemmeno presto, alle sette e trenta, sono uscito e mi sono diretto prima a destra e poi a sinistra. I campi qui attorno, intrisi di rugiada, mi hanno inzuppato le scarpe (che mi hanno venduto per impermeabili). Ho fotografato il sole sopra un tetto grande e brutto, e lo stagno col canneto in controluce. Al rientro ho strappato un tralcio di glicine che sporgeva dalla mia siepe nonostante la costante manutenzione. E ho pensato a quei tizi che interpellati su una faccenda qualunque esclamano di continuo: «E cosa devo dirti!», o di continuo domandano: «In che senso?».

Anche gli ‘originali’ diventano ‘convenzionali’ quando si tratta della loro ‘pisse chaude’. (Nessun riferimento alla gonorrea…).

Phora (he), φορά (ή), il movimento locale.
(pizzicando la vicina al balcone dietro i gerani)

Poson (to), ποσόν (τó), la quantità. La grandezza. È un aggettivo sostantivizzato.
(pensando alla tua dieta)

Si dice che gli Svevi, scriveva Hesse ne La cura, «si dice degli Svevi che non mettono giudizio prima dei quarant’anni». Ma questo giudizio, prosegue Hesse, non è poi nulla di che: è la saggezza che proviene dalla vecchiaia e dunque è la saggezza che ogni quarantacinquenne consegue, ed è precisamente la saggezza che ogni quarantacinquenne consegue a causa degli acciacchi. Ogni quarantacinquenne dell’epoca di Hesse, aggiungo. Il mio dentista guata con la testa tra le mie fauci e conclude (sento la sua voce rimbombare nella gola): «La sua dentatura è sana… Quanti anni ha?».

Prolepsis (he), πρόληψις (ή), la prenozione o anche il preconcetto (pre-concetto, simulacro). Precede la conoscenza o la anticipa. Nozione pitagorica.
(pensando ai tuoi ‘propositi dietetici’ questa sera in pizzeria)

Students Who Do Not Date...

Immagine di Tyson Grumm

Il «Journal of School Health», organo ufficiale della American School Health Association, pubblica un articoletto di otto pagine intitolato “Social Misfit or Normal Development? Students Who Do Not Date”. Ne sono autrici Brooke Douglas e Pamela Orpinas e poiché i riferimenti bibliografici sono una roba seria ecco come lo citerete nei vostri testi saggi studi componimenti manoscritti autografi: Douglas B, Orpinas P. Social misfit or normal development? Students who do not date. J Sch Health. 2019; 89:783-790. DOI: 10.1111/josh.12818. Pensavo che il «Journal of School Health» trattasse solo dell’obesità degli studenti americani e invece ecco otto pagine sull’eros degli studenti americani. Otto paginette in cui si contesta un luogo comune. Finora, infatti, ma non da molto – non da molto perché in precedenza circolava un’altra idea –, i ricercatori sul campo avevano immaginato le romantic relationships fra gli adolescenti come occasioni di sviluppo personale e di benessere; oggi questa convinzione scricchiola; di più: frana. Ma la domanda è un’altra (traduco): che cosa ci suggerisce tutto ciò sugli adolescenti che non hanno relazioni romantiche durante tutta la loro adolescenza? La ricerca ha profittato delle valutazioni degli insegnanti sulle abilità sociali, la leadership, la depressione di cinquecentonovantaquattro adolescenti e dei selfreports sulle relazioni positive con gli amici, a casa e a scuola, depressione, ideazione suicida dei medesimi cinquecentonovantaquattro adolescenti. Ci sono dei risultati, ovviamente: gli studenti del gruppo low dating stanno meglio, hanno valutazioni più alte ecc. Gli autori ne traggono una conclusione sorprendente: «These results refute the notion that nondaters are maladjusted». E tutto questo è molto scientifico, se ci pensate, perché l’obiettivo della ricerca era poi uno solo: valutare se le abilità emotive, interpersonali e adattive degli adolescenti senza relazioni romantiche differivano da quelle degli adolescenti impegnati in relazioni romantiche. E tuttavia tutto ciò finisce per confutare la tesi che le relazioni romantiche fra adolescenti siano occasioni di sviluppo personale e di benessere. Suggerimento finale: «Health promotion interventions in schools should include nondating as one option of healthy development». (Insomma, nel giro di una settimana, o poco più, i ricercatori hanno prodotto le tre seguenti teorie sugli amorazzi adolescenziali: ⒈ sono «trivial or fleeting romances», amorazzi appunto; ⒉ sono esperienze importanti per lo sviluppo e il benessere individuale; ⒊ sono esperienze nocive). — Candida Morvillo, sul «Corriere» (https://bit.ly/2lgUHku), ci parla della ricerca di cui ci hanno parlato Brooke Douglas e Pamela Orpinas sul «Journal of School Health». Non sapendo bene che dirne convoca tre “personaggi”. Il primo è Martin Eden ma solo per il film presentato a Venezia; il secondo è Moccia, «uno che ha venduto oltre 4 milioni di copie con la trilogia partita da Tre metri sopra il cielo»; il terzo è la psicologa dell’amore Vera Slepoy (sic!), alla quale dobbiamo le seguenti belle parole: «Viviamo in un’epoca che ha esaltato l’amore come perdita di razionalità».

domenica 8 settembre 2019

Segnalazioni (letterarie)

Davvero un bel libretto questo di Carlo Sini (Il gioco del silenzio, Mimesis, 2013). Parla del silenzio, del silenzio che non è affatto un gioco – benché possa anche diventarlo – e nemmeno il muso di certuni – benché... –, perché il silenzio è l'inizio e la fine, è il ‘ritmo’, è tutto ciò che abbiamo silenziato ‘dentro’ e ‘fuori’ di noi... E con ciò non ho detto ancora nulla... 
Una breve citazione (sulla parola filosofica): «La parola del filosofo ha valore in quanto esprime questa falda sempre inespressa e tuttavia essenziale dellesperienza che lega luomo al mondo e agli altri uomini in un comune destino di verità» (pp. 40-41).


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Due notizie preliminari – che rischiano di distarci un poco. La prima: esiste, forse lo sapete già, un’accademia del silenzio. Nasce da un’idea di Duccio Demetrio e di Nicoletta Polla-Mattiot; è una scuola laboratorio occasione d’incontro e confronto vacanza dal rumore (sto ricopiando risparmiando sulle virgole); in ogni modo c’è un sito internet http://accademiasilenzio.lua.it/ dove recuperare ecc. La seconda: Emanuele Ferrari, l’autore di Ascoltare il silenzio, viaggio nel silenzio della musica (Mimesis, Milano-Udine, 2013) è un ricercatore musicologo storico della musica pianista. Lo trovate su facebook; è uno dei fondatori della soprammentovata accademia. Finis. E ricominciamo. Ascoltare il silenzio, viaggio nel silenzio della musica – il titolo un po’ pleonastico – è un bel libretto. (Con altri libretti consimili è il numero 9 della collana Accademia del Silenzio di Mimesis). Ferrari avverte subito, in apertura, il suo lettore: nessuna «ricognizione della bibliografia sull’argomento, da Cage a Jankélévitch» (p. 9); e questo è un peccato giacché il silenzio da Cage a Jankélévitch o da Jankélévitch a Cage (esattamente 67 anni fa, e cioè il 29 agosto del 1952, David Tudor eseguiva per la prima volta 4’33’’) e anche successivamente… il silenzio, dunque, è questione dibattuta; e Timothée Picard in un saggetto intitolato Le topos de la ‘musique du silence’ dans la stratégie identitaire de la France au XXe siècle (Écriture et silence au XXe siècle, Presses universitaires de Strasbourg, 2010) riesce quasi a convincerci del fatto che il silenzio, in musica, sia prerogativa francese. E d’altra parte Jankélévitch nell’ultimo capitolo di La musique et l’ineffable non ospita nessun tedesco – salvo che non si voglia ‘tedeschizzare’ smisuratamente Liszt – ma Debussy, Ravel, Aubert, Fauré, Satie, e poi Mompou, Albéniz, Rimskij-Korsakov, Bartók. Ora, contro i préjugés wagneriani che trovano nel Pouyadou di Bloy uno dei più focosi predicatori, Emanuele Ferrari va a scovare la «memoria del silenzio» (p. 28) proprio nel Tannhäuser, nell’Atto II scena seconda, là dove quella insoffribile Elisabeth sui pizzicati degli archi attacca (langsam) così: «Und als Ihr nun von uns gegangen» per chiudere così: «Heinrich! Was tatet Ihr mir an?». Memoria del silenzio di Tannhäuser, della ‘sordità’ di Elisabeth alla musica, al canto, nell’assenza di Tannhäuser disparito…

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Scienza cristiana, Christian Science, di Mark Twain (Barbès Editore, Firenze, 2010). Ne avevo accennato qualche tempo fa. In questo bel libro Twain esercita un sarcasmo mordente (e si ride); ma sorprendono di più la sua intelligenza e l’essenzialità ‘filosofica’ del suo pensiero. Per esempio: «La regola è perfetta: in tutte le questioni di opinione i nostri avversari sono folli».






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Due K., due traduzioni di scritti di K. E gli scritti sono due: uno sul politeismo (e la parodia), l’altro su alcuni temi della G.S. Il volumetto della SE comprende un breve saggio di Blanchot e una nota del traduttore; il nuovo volumetto Adelphi una nota di G.G.G. (una nota in cui accenna al gioco parodico di K.,  anche perché questo gioco emerge subitissimamente davanti agli occhi del traduttore).