martedì 6 agosto 2019

Il Figlio del Cielo di Victor Segalen


Libro ambizioso ed eccentrico, intellettualmente e letterariamente parecchio stimolante, questo Il Figlio del Cielo. Cronaca dei giorni sovrani, di Victor Segalen;1 certamente un bell’esempio di romanzo esotico. E tuttavia, bisogna subito aggiungere, l’esotismo è per il nostro autore una filosofia o una poetica e molto altro ancora; ciò che ci impone di leggere il romanzo sullo sfondo della sua biografia intellettuale.


Medico arruolato nella marina, scrittore, etnografo, sinologo, archeologo, Victor Segalen (1878-1919) è figura eclettica ed enigmatica. Così Claudel a Yvonne Hébert, vedova Segalen, nel 1992: «Siamo perennemente a cavallo di un impenetrabile mistero fondamentale. Non è la vita di suo marito?».2 Nel 1903 è a Tahiti; e a Hiva Oa (Isole Marchesi) sulle tracce Paul Gauguin morto tre mesi prima.3 L’impatto con la cultura polinesiana è uno shock. Scrive un primo romanzo, Les Immémoriaux, pubblicato nel 1907. Nel 1909 parte per la Cina dove si trattiene per anni. Ma già in quel primo anno di soggiorno, a pochi mesi dal suo arrivo, concepisce il nuovo romanzo, Le Fils du Ciel. Alla moglie, da Pechino, 8 agosto 1909: «Ho questa fortuna, un mese dopo il mio arrivo in un paese, di avere il mio libro: Tahiti: arrivo il 23 gennaio. 1 marzo Immémoriaux… Cina, 12 giugno – 1 agosto: Figlio del cielo».4 La fortuna (cette chance), certo, ma Bouillier ci ricorda che il Nostro giunge in Cina forte di una solida preparazione letteraria e culturale.5 Segalen, questo è il punto, non è un ‘turista’ e la sua cognizione dell’esotismo non è già più quella del luogo comune (colonialista): né gusto per le cineserie, né décor teatrale, né apologia (e nostalgia) del selvaggio, esso è, avant tout, esperienza dell’alterità.6

Il Figlio del cieloma sin qui non s’è accennato alla questione – non è un romanzo storico. La vicenda travagliata di Guangxu, penultimo imperatore cinese vissuto sino alla fine dei suoi giorni, nel 1908, sotto la ‘tutela’ dell’imperatrice vedova Cixi che lo adottò, lo fece imperatore, ne ostacolò le ambizioni riformiste, lo confinò in un palazzo della città proibita esautorandolo e, infine e probabilmente, lo avvelenò poco prima di morire (Cixi morendo il giorno seguente) – questa vicenda, dunque, è purgata innanzitutto dall’economia del tempo storico, dalla cronologia. È ciò che Segalen spiega bene in una nota aggiunta alla prima pagina del manoscritto: «Affrancarmi completamente dalla storia» (la nota è riportata a p. 201).


Ma c’è di più. Scrive in una lettera dalla Cina: «Il Figlio del cielo prosegue la sua documentazione nell’ambiente naturale prima di divenire libresco».7 Libresco non in senso peggiorativo, beninteso. Questo divenire libresco attiene alla composizione, alla scrittura. Da un lato dunque l’opera di documentazione dell’etnografo, dell’etnologo, sulla scorta di una certa idea o lettura o teoresi dell’esotismo; dall’altra la scrittura, la ricomposizione. Scrittura che, lo si sarà compreso, è o vorrebbe essere scrittura dell’alterità. «È il tu che dominerà»8 scrive nell’Essai sur l’Exotisme alludendo a un progetto degli anni di Les Immémoriaux. È anche la strategia testuale del Figlio del Cielo. Così se nel primo romanzo la narrazione è ‘affidata’ (o finisce per esserlo) al referente maori; nel secondo ecco un annalista particolare: sorta di narratore allodiegetico che registra gli avvenimenti, i decreti ufficiali e poi, e soprattutto, «i minimi gesti, le brevi poesie, i decreti intimi del cuore» (p. 18); infine, inevitabilmente, i propri rispettosi commenti, le proprie inquietudini.9 La faccenda qui è però un tantino più complessa. Ben presto tra il nostro narratore (l’annalista) e la parola dell’imperatore, le poesie cadute dal suo pennello («pastiches [nella loro cinesità] la cui falsità è percepibile soltanto ai più avveduti» avverte Bouillier nella sua postfazione ‹p. 209›), i suoi decreti ufficiali, e persino gli accadimenti della cronaca, si produce un attrito: la composizione è discrasica. Appare sempre più evidente che l’annalista vuole salvare le apparenze, il gran teatro dell’impero, e smorzare la ‘tragicommedia’ di Guangxu. Ed anche questo è (sarebbe) molto ‘cinese’. (Un solo esempio: «È appannaggio del Figlio del Cielo potersi umiliare senza nulla perdere della sua dignità; prosternarsi senza bassezza, inchinarsi restando sempre nobile e superiore» ‹p. 90›).

Bisogna tornare a quell’idea di esotismo, a quella «nozione di esotismo che [nella vita di Victor Segalen] gioca il ruolo di un destino»,10 secondo le parole di Diane de Margerie. L’annalista, e cioè il narratore allodiegetico, è per certo un mediatore; la sua parola non cessa di ‘tradurre’ – in tutti i sensi che la parola può assumere– l’elemento etnico; per contro Guangxu ne ritrae la dissoluzione, la deliquescenza o l’entropia.11 Di qui la sua irresolutezza, quel suo tentativo di riformare l’impero («Non occorre forse […] proclamare il Grande Ricominciamento» ‹p. 80›) e il dubbio, subito instillatogli dai consiglieri, che non si tratti che della (p. 82) «continuazione necessaria di ciò che fu» («Sì, è la Successione Gloriosa» ‹p. 83›); di qui, ancora, l’introduzione del sosia; di qui l’identificazione con gli imperatori del passato, la follia, la perdita dell’identità, del nome. «Avesse pensato all’Amleto – scrive Bouillier (p. 204) – la cosa non stupisce». E d’altra parte questo Amleto cinese ha la sua Ofelia: quella Cai Yu che è invenzione tutta di Segalen.

L’intuizione (psicologica) di Diane de Margerie è seducente ma manchevole: la città proibita è sì l’impenetrabilità dell’esotico (dell’alterità) in cui Segalen si riflette nella drammatica ricerca della propria identità (determinatio negatio est dice Spinoza); ma la città è abitata da un uomo, l’imperatore, che vive un dramma analogo. Forse ha ragione Étienne Germe quando sostiene che rinunciando all’autobiografia (impossibile), Victor Segalen si è fatto «autore di una exobiografia [exobiographie] indecifrabile e criptica».12
Segalen muore nel maggio del 1919; il suo corpo viene ritrovato nella foresta non lontano dall’hotel dove soggiornava. Accanto a lui una copia dell’Amleto.

Victor Segalen, Il Figlio del Cielo. Cronaca dei giorni sovrani, ObarraO, 2019, pp. 212, 16,00 €.


Opere citate
de Margerie, D., ‘L’exotisme du moi’, in «Regard. Espaces. Signes», Paris, L’Asiathèque, 1979.
Germe, É., Segalen, lécriture, le nom. Architecture d’un secret, Saint-Denis: Presses universitaires de Vincennes, 2001, doi:10.4000/books.puv.945.
Loize, J., De Tahiti au Thibet, ou les escales et le butin du poète Victor Segalen, Plon, 1944.
Segalen, V., Essai sur l’exotisme, Fata Morgana, 1978.
Ségalen, V., H. Manceron, Trahison fidèle. Correspondance, 1907-1918, Seuil.
Segalen, V., Lettres de Chine, Plon, 1967.

NOTE
1 ObarraO, 2019, prefazione di Alessandra C. Lavagnino e postfazione di Henry Bouillier tratta dalle Œuvre complètes dell’autore, traduzione di Alessandro Giarda. Per inciso, proprio a Henry Bouillier e alla sua tesi di dottorato risalente al 1961 dobbiamo la ‘riscoperta’ di Segalen, cui si aggiunge il contributo, rilevantissimo, di Pierre Jean Jouve.
2 Cit. in J. Loize, De Tahiti au Thibet, ou les escales et le butin du poète Victor Segalen, Plon, 1944, p. 36. Escluse le citazioni tratte da Il Figlio del Cielo, tutte le traduzioni dal francese sono mie.
3 … dove acquista per una somma irrisoria alcune tele del pittore fra cui Village breton sous la neige.
4 V. Segalen, Lettres de Chine, Plon, 1967, p. 128. Sempre alla moglie, il 31 luglio 1909, confidava davanti alle tombe dei Ming, a Pechino: «[…] è nato ieri sera l’immenso e unico Personaggio di tutto il mio primo libro sulla Cina: l’Imperatore. Tutto sarà pensato da lui, per lui, attraverso lui. Esotismo Imperiale, altero, aristocratico, leggendario, ancestrale e raffinato […] Ho il mio personaggio» (Lettres de Chine, cit., p. 122).
5 Nel corso dell’anno precedente, il 1908, Segalen segue un corso di cinese presso l’École des langues orientales.
6 Nell’Essai sur l’exotisme utilizza anche l’espressione Esthétique du Divers. Peraltro è piuttosto bellicoso: «Prima di tutto sgomberare il terreno […] spogliarlo di tutti i suoi orpelli: la palma e il cammello; casco coloniale; pelle nera e sole giallo; e nel medesimo tempo sbarazzarsi di tutti quelli che li impiegano con insulsa facondia». (Passaggi simili si ripetono). Più avanti il nocciolo teoretico: «Arrivare velocemente a definire, a porre la sensazione d’esotismo: che non è che la nozione del differente; la percezione del Diverso» (V. Segalen, Essai sur l’exotisme, Fata Morgana, 1978, p. 40). Segnalo qui che il cosiddetto Essai sur l’exotisme non è affatto un saggio ma un insieme di annotazioni, stralci di lettere, dossiers raccolti da Segalen nel corso degli anni (dal 1908 al 1918). «Colmo del paradosso – scrive Manceron nella sua introduzione (p. 21) – questo Essai sur l’exotisme è simultaneamente un libro che non è mai stato scritto e un libro vero e proprio».
7 V. Segalen, Lettres de Chine, cit., p. 211.
8 Vale la pena citare l’intero passaggio: «L’attitudine non potrà dunque in queste prose ritmate, dense e misurate come un sonetto, non potrà dunque essere l’io che si percepisce… ma al contrario il richiamo del milieu al viaggiatore, dell’esotico a l’esota [exote] che lo penetra, lo assale, lo risveglia e lo turba. È il tu che dominerà» (V. Segalen, Essai sur l’exotisme, cit., p. 40).
9 Ne sortisce un testo composito: ciò che è rimarcato dalla scelta (originale) di adottare caratteri tipografici difformi.
10 D. de Margerie, ‘L’exotisme du moi’, in «Regard. Espaces. Signes», Paris, L’Asiathèque, 1979, p. 225.
11 P. 75 del più volte citato Essai (nessun riferimento al Figlio del Cielo ma ancora un piano dell’Essai medesimo): «Poi tutto ciò mi condurrà alla questione assai angosciante della fine: la Degradazione dell’esotismo». Più avanti, pp. 83-84: «Degradazione del Diverso. Pare di sì. Come l’Energia, l’Entropia dell’universo tende a un massimo […] Ebbene, credo, molto tristemente, che la degradazione dell’esotismo sia dell’ordine delle grandezze umane». Di fronte alla rivoluzione cinese del 1911, che rovesciava l’impero, Segalen non nasconde la propria delusione: «Bisogna deliberatamene sopprimere tutta la Cina moderna, nuova e repubblicana. Francamente non è per partito preso che la detesto, ma per essenza e non-senso. È la scimmiottatura, il Bovarismo misero, la meschineria, la viltà, la codardia di ogni genere, la noia, la noia soprattutto. Ho seguito assai attentamente tutta la crisi e ho vissuto, posso dire, il crollo del 29 febbraio, la notte del saccheggio militarmente organizzato di Pechino. Ho toccato con mano la cartapesta, lo stucco, la cattiva pasticceria di tutto questo […] Ecco la Cina presente e a venire. L’antica resta bella» (V. Ségalen, H. Manceron, Trahison fidèle. Correspondance, 1907-1918, Seuil, 1985, p. 120).
12 É. Germe, Segalen, lécriture, le nom. Architecture d’un secret, Saint-Denis: Presses universitaires de Vincennes, 2001, doi:10.4000/books.puv.945. A proposito di Les Immémoriaux Gilles Manceron scrive: «Il tema esplicito del libro più che una evocazione nostalgica della cultura polinesiana in sé, è una esaltazione della libertà sessuale, un rifiuto del cristianesimo e delle morali tristi che la imbrigliano e la soffocano. Così è, in negativo, la testimonianza di un percorso individuale» ecc. (V. Segalen, Essai sur l’exotisme, cit., p. 15, corsivo mio). Il medesimo Segalen ne tenta una esposizione assai involuta: «Avrò là forse un angolo dove sarò davvero a casa, dove potrò gettare sotto forma di piccole, brevi prose, dense, non simboliche, tutto il contrario […] della mia propria visione»; e poi: «[…] non dire affatto crudamente la propria visione, ma, attraverso un transfert istantaneo, costante, l’eco della sua presenza» (Ivi, pp. 36-37).

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