sabato 21 dicembre 2019

Accettabile la gaytudine solo se scombicchera il peana della diversità?



C’è questo pezzullo su P.V.T. di tale G.M. È un esempio abbastanza sconfortante di fraintendimento del ‘pensiero’ di chicchessia e, nel nostro caso, del pensiero di P.V.T. Scrive G.M.: «L’omosessualità [si badi, l’omosessualità] è diventata un fatto personale tra gli altri, proprio come la pensava Freud: una ‘nevrosi infantile’ in cui si nasce e non ci si diventa perché è (o meglio era, ma con molti dubbi e non detti) una malattia psicologica di cui, al limite, si scopre la ‘latenza’». Che significa? Nevrosi, latenza e, va da sé Freud, chiamano in causa – lo rammentano, ne abbiamo rimembranza – Freud ma l’impressione è che né Freud né P.V.T. c’entrino qualcosa: l’omosessualità è diventata, poiché evidentemente non lo era, un fatto personale esattamente come lo pensava Freud che vi scorgeva una nevrosi infantile in cui si nasce e non ci si diventa… Si nasce in una nevrosi infantile? Ci si diventa in una nevrosi infantile? Di là da una sintassi periclitante, proprio a causa di una sintassi periclitante, è il senso a sfuggire – a mancare, venire meno. P.V.T., in questa cosa ricostruita, era molto più limpido nel suo argomentare ipotetico(!): «Dire che non si ‘diventa’ ma si ‘nasce’ gay è fare un torto a tutti coloro che lo sono diventati per ‘protesta’». Si diventa gay per protesta? Ovviamente no! Lo si nasce? Non è questo un impiccio che si assume qui über, sopra e oltre, ogni constatazione sul DNA, già frustrata da Il’ja Ivanovič all’epoca in cui scekerava geni umani e geni di scimpanzé? Insomma, prenderlo alla lettera significa perdere il senso della provocazione – pro-vocazione. P.V.T. lo capisce così bene che saltando a piè pari die Linie dice che il movimento (gays, LGBT…) è «una prosecuzione della critica freudiana (contro le stesse intenzioni di Freud, che equiparava l’omosessualità a una forma di nevrosi infantile)». Contro, giacché Freud sbaglia, giacché Freud, per dirla con Foucault, espone la fragilità della famiglia, del suo dispositivo, per poi rinsaldarla (rinsaldarlo). Questo chiunque lo capisce. Dunque «l’importanza del movimento gay sta […] nella capacità critica di rimettere in discussione il formalismo, il perbenismo dei rapporti di coppia eterosessuali che si vivono nelle società borghesi»; dunque, «se si toglie a tale movimento la ‘diversità’ esteriore (che pur partiva da una riflessione interiore), cioè l’aspetto più propriamente eversivo [non] ne resta [nulla]». Ma qui bisogna proseguire perché il nome Freud, ingombrante, soprattutto per chi lo ha solo orecchiato, potrebbe sviare: «Se togliamo il movente della critica antisistema e valorizziamo l’individuo per quello che è, si finisce col tornare alla classica risposta freudiana: uno diventa gay perché ha dei problemi personali, che si trascina dall’infanzia o dall’adolescenza o che, in ogni caso, non è riuscito a risolvere nel momento in cui gli si sono posti di fronte (e Freud qui aggiungerebbe, sbagliando, che l’incapacità era dovuta al fatto che l’omosessualità era già latente ecc. ecc.)». Anche qui una provocazione – pro-vocazione: se a cavallo degli anni Ottanta-Novanta, e cioè nell’epoca in cui vivo, smorzo la carica eversiva, ironica, gli intenti meramente dissacratori del movimento, non è che mi raccontano ancora – daccapo! – la favola di Freud contro (almeno in parte) Freud? Anche questo chiunque lo capisce.
Che poi, a ben pensarci, il neofondamentalismo continua a rimproverare al movimento la carnevalata dell’orgoglio, et les derrières au vent aussi, i trucchi e gli abusi gesticolanti e febbrili – il poliamore, la libertà sessuale, di cui nemmeno P.V.T. accettava la carica eversiva: «Ha forse senso circoscrivere la ricerca della soluzione dei problemi comuni entro il perimetro della libertà sessuale? Non è forse questo un modo primitivo e in fondo individualistico di affrontare il sociale?». (Primitivo? Individualistico?)…
G.M., come si è detto, non coglie tante allusioni, rinvii – non coglie nel centro e batte il chiodo sbagliato. Ecco allora il più inautentico e deprimente dei pistolotti: «Bisogna ‘accettare’ l’omosessualità come un’anomalia non invalidante e non contagiosa – per esempio per la costruzione di una famiglia e l’adozione dei figli –, guai a parlare di ‘diversità’». E invece «si diventa lebbrosi come si diventa tiranni: ereditarietà o contagio» (questo, per ovvio, non è G.M.). Magari (limitandoci all'omosessualità)! Ma qui P.V.T. è morto e sepolto; e la ‘diversità’ fra virgolette non lo farà resuscitare; qui ci si tira in ballo nientepopodimeno che «l’OMS [che] ha tolto l’omosessualità dal novero delle malattie mentali nel 1990 [definendola] una variante naturale del comportamento umano […] sebbene [sebbene!] qualche ricerca venga ancora compiuta per cercare, mentre la si nega a parole, la causa presunta della variabilità». L’omosessualità che dunque – per logica e per induzione – è una malattia e che se non fosse una malattia non giustificherebbe né il ‘sebbene’ né il ‘presunta’ né una ‘qualche ricerca’ (salvo che non si accetti il fatto che le ricerche… ma perché spiegarlo?).
Insomma, accettabile la gaytudine solo se scombicchera, alla meglio o alla peggio, il peana della diversità, perché così sarebbe contro. Contro la famiglia, contro il mercato, contro il sincretismo, il meticciato, la creolizzazione culturale, contro la tecnica – parole, locuzioni, espressioni di cui non s’è detto nulla e non s’è dato prova di saperne qualcosa. Con il dubbio che si tratti pur sempre di cattiva sociologia, cattiva psicologia, cattiva ideologia, del verminoso Politically Incorrect e del purché se ne parli.